LA STORIA

I Monaci Benedettini a San Biagio
Una Bolla di Papa Gregorio IV°, dell’anno 828, conferma al Monastero Benedettino di Santa Giustina di Padova la proprietà d’alcuni beni, tra cui un’azienda agricola situata a Maxone con la cappella di San Gallo, e i diritti di decima sul vasto territorio circostante. A conferma di questa tesi c’è pure una donazione del vescovo di Padova Ganslino del 970 in cui vengono confermate le decime. Con il vescovo di Padova Ulderico 1064 il paese viene chiamato Mansione. I monaci ebbero un grande ruolo nella vita del paese. Fedeli al motto “Ora et labora”, essi dissodarono le terre incolte, prosciugarono i terreni e imbrigliarono i torrenti, e contribuirono alla evangelizzazione delle zone rurali. A Mason, tra il 1154 e il 1156, essi costruirono una nuova chiesa dedicata a San Biagio all’interno del loro monastero che fu abbattuta nel 1450 e ricostruita, con i resti della chiesa di San Gallo, fuori dalla cinta murata. Essi gestivano una grande azienda agricola formata da ben 400 campi in proprietà e altri 1500, su cui gravavano diritti di quartese e di decima. Nel XII° secolo il Priorato benedettino di Mason aveva assunto un aspetto feudale, in cui il “signore” era l’Abate di Santa Giustina o il Priore di San Biagio, mentre i vassalli erano gli abitanti di Mason. I rapporti tra i monaci e la popolazione andarono guastandosi perché i contadini pagavano malvolentieri le decime e, a volte, ciò fu causa di risse violente. Nel 1271 fu assassinato l’Abate di Santa Giustina venuto a Mason per placare le ribellioni e vi furono anche vertenze giudiziarie. Nel 1451, stanchi della situazione, i monaci se ne andarono da Mason vendendo tutte le proprietà, compresi i diritti di decima e quartese, ai signori Angaran, Borgo e Cerato.

La Famiglia Cerato

I nobili Cerato di Vicenza erano banchieri e prestatori di denaro. Fra gli appartenenti alla famiglia ricordiamo: G.A. Cerato che acquistò nel 1451 i poderi di San Biagio con Corradino Angaran e Pietro Borgo. La famiglia è citata ancora in un documento notarile durante la carestia del 1500, quando riceve, in cambio di biada, del terreno da un piccolo proprietario impotente a pagare il proprio debito. Tra i suoi componenti ricordiamo ancora Domenico Cerato, nato a Mason nel 1720.
Figlio del fattore Fratellini, egli fu adottato dal conte Francesco Cerato Loschi che lo educò e gli diede il suo nome. Compiuti gli studi ecclesiastici e ordinato prete, si dedicò all’architettura acquistando notevole fama. Operò a Vicenza dove progettò e diresse alcune importanti costruzioni tra cui il “Palazzo Trissino dal Vello d’Oro”. A Padova fu insegnante presso l’Università nella Cattedra di Architettura Civile, istituita appositamente per lui. Edificò l’Osservatorio Astronomico, l’Ospedale e trasformò “il Prato della Valle” da palude, in una delle più belle piazze d’Italia. Pubblicò nel 1784 il “Nuovo metodo per disegnare i cinque ordini di architettura civile conforme le regole di A. Palladio e V. Scamozzi”. 

La Famiglia Gualtiero 

Ai primi dell’800 l’ ex monastero viene venduto dai nobili Cerato, a famiglie private fino a che, nel 1969, fu acquistato dagli attuali proprietari Alfonso e Franca, che ancora oggi continuano nella valorizzazione dell’insieme, restaurando con cura i resti dell’antico passato. Importante, inoltre, una tradizione ripresa dal passato, il giorno 3 febbraio si celebra nella chiesetta una messa in onore di San Biagio martire cristiano, con la benedizione della frutta.

LA STRUTTURA ARCHITETTONICA
Salendo lungo via San Biagio l’effetto è sorprendente perché ci si trova davanti ad una costruzione grandissima. L’ingresso, in salita, è fiancheggiato a sinistra da un brolo cintato da mura mentre a destra, una scarpata sorregge le strutture di antiche stalle, della colombara e dell’oratorio. La facciata sul cortile della villa padronale è ritmata da tre aperture nei tre piani e trova il suo centro nell’arco d’ingresso del secolo ‘400, a ridosso dell’antico monastero, sormontato dallo stemma dei Cerato Loschi con l’anno 1591. Le finestre del sottotetto sono ovali e sovrastate da cornici con mensole. A destra, un basso, lungo la discesa del colle, si vedono anche le aperture delle cantine. Si notano sul intonaco cornici decorative marcapiano e destano interesse gli oculi ovali del vano scala interno a spirale. La torretta è stata aggiunta nella tarda età romantica e lega il corpo padronale a ciò che rimane dell’antico monastero. Appena varcato il cancello in ferro, si trova l’antico monastero e si profila, lungo il chiostro, le cinque arcate della barchessa, due delle quali sono cieche, con archi e pilastri in mattone. Fino a poco tempo fa, vi si trovavano le stalle e nei piani superiori, ricavati nei frammezzi degli archi, i granai. Ora gli interni pur conservando le loro antiche strutture sono adibite a ristorante. Il portico è molto suggestivo.
Il convento crea un corpo più arretrato. E’ una struttura molto semplice ma assai suggestiva. Si presenta l’ ingresso con tetto a capanna e facciata rivolta al brolo. Il fronte interno mostra tre piccole aperture quadrate in alto e quattro ingressi, due rettangolari ai lati profilati in pietra grigia e due mediani ad arco, più piccoli, profilati di mattoni. Il muro in pietra e sassi del luogo è stato rinforzato con impasto cementizio. L’interno è curioso e mostra tre piani che mantengono le strutture murarie originali. Si varca una porta ad arco, che attraverso una scala in legno elicoidale, porta al seminterrato. Qui piccoli ingressi, ad arco a tutto sesto, portano alle celle dei monaci mentre un lungo corridoio mostra i locali dove i monaci cucinavano il pane, preparavano il formaggio e facevano il bucato. Restano tracce del forno e del focolare, delle nicchie alle pareti, una delle quali costituisce un altro passaggio segreto. Cornici, conci e gradini sono in pietra.

Il chiostro ha delle piante di ulivo ed contornato da muretti rialzati. La fronte della villa sul cortile è ritmata da tre aperture nei tre piani. Al centro c’è l’ingresso rettangolare sormontato dallo stemma dei Cerato Loschi, con l’anno 1591, in pietra morta. Esso mostra una capra rampante. Oculi ellittici danno luce al sottotetto e un cornicione con fitte mensole conclude la parete liscia. L’interno desta interesse nell’atrio per il soffitto a spicchi e i due archi a tutto sesto, che inquadrano una stupenda scala elicoidale in marmo. Di belle proporzioni sono le altre stanze. Suggestive sono le cantine con i loro grandi archivolti. Sulla sinistra la struttura della villa prosegue con un corpo più basso, aggiunto agli inizi del 1800. La barchessa a ovest è più bassa: ha un portico a due colonne e un pilastro di mattoni, la copertura è in travi lignee. Si conclude con un corpo di fabbrica adattato ad abitazione fittavoli. Nel piccolo giardinetto sono state rinvenute delle ossa umane, il che fa pensare, ad un probabile camposanto dei monaci ubicato nelle vicinanze dell’antico oratorio di San Biagio.

All’interno della casa vi è collocato un pozzo, ricco di leggenda. Se si scende in profondità c’è una apertura che porta alla ghiacciaia e da lì, attraverso un cunicolo sotterraneo, si prosegue fino ad uscire, presso la strada Gasparona, nel famoso “buso della volpara”. La gente racconta che era un percorso basso, tortuoso, simile ad una tana di volpe, che si allargava ogni tanto in grotte ed era abitato dalle streghe…

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